Nell'antica Grecia ai piedi di una lingua di roccia un tempo s'affacciava pensoso Krino che ebbe una crisi, che prese a confondere e a separare. Dimorò in lui, come molti dissero, 'un subitaneo cangiamento', ma dentro di lui gli eventi non furono così ben definiti. Krino non si voltò mai da quel paesaggio, non ci fu un solo momento della sua crisi nel quale diede le spalle all'immenso paesaggio, riflesso del suo stato d'animo. Dopo di lui ci fu il frate di Pasolini, che per un anno intero restò lì, in ginocchio con i rampicanti a ingarbugliargli l'anima. Ma questo accadde molti secoli dopo e soprattutto il frate non aveva alcun dubbio; ecco perché suscitava anche un amaro riso. Krino visse per sé e per gli altri in uno stato di febbricitanti passioni, di mesti dubbi e di enormi pensieri. Dalla sua esperienza nacque la crisi. Per alcuni fu malattia, per altri rinascita, per i peggiori uno stato perenne. La crisi invase gli spazi, occupò paesi interi in certi periodi, rovinò e aggiustò un groviglio di umanità con una invasività tale che fermarla o anche solo percepirla in anticipo fu impossibile.
Io, io qualunque, Krino me lo vedo dappertutto: conquista gli spazi, sporca i pavimenti, saltella sui miei passi. Da quando ha voltato le spalle alla lingua della Grecia è leggero, dice, ma io non gli credo. Io qualunque non gli credo. Quando sentii parlare la fanciulla al professore lei disse che la crisi è bella, e chi se ne vuole uscire più dalla crisi, io ci sto bene in crisi. Disse proprio così. E lui la guardò sorridendo, come a dire come sei fanciulla, tu. Devi farti scoprire tu.
Vedete, la crisi accarezza ogni cosa fino a giungere al paradosso se non se ne esce, vivi o morti. Infatti il professore quel giorno le disse che era diventata una donna, ma quando ella parlò sentì ardere ancora il fuoco della fanciullezza. E non la disprezzò.
Krino diceva sempre: meglio un delirio quotidiano che precipitare sempre.
Se cambiano i punti di vista cambia tutto: le strade, gli orizzonti, le stagioni, gli umori, i colori.
giovedì 12 aprile 2012
sabato 7 aprile 2012
A letto con una notte
I passanti e i pensieri e i pensieri passanti.
A : Ho questa foto,
cornice delle azioni malandate. Ho perso i figli dei miei desideri
parlando alla città. Non ricordo più quand’è stata l’ultima volta di pura
gioia. Vivo in ballo imballata. Voglio camminare dritto e stare bene con quello
che c’è. E di parlare, mi va.
β : Un gregge di gente che alza l’indice per dire , ‘sì,
anch’io’, e sarebbe bello se le lezioni s’affollassero di dita all’aria.
Γ : Digrigno i denti pensando a Ungaretti, arrossisco e
m’innamoro se penso a Campana, muoio se penso a lui, così distante dagli anni
miei, così vicino nell’ irrealtà che ha l’odore del letame. Cito controvoglia,
sbadiglio al barista, un caffè, si capisce. Assecondo la pazzia, la pecora nera
non si riconosce più tra il gregge e allora ogni pecora è pazza. Al centro
commerciale si può fingere d’essere chi vuoi, innanzitutto sei chiunque. Le scale salgono e scendono, mobili
loro immobili noi. Alcuni bimbi chiusi in una bolla di plastica galleggiano
spensierati sull’acqua. Tutto questo non ha senso.
Δ: Siamo quegli stupidi che s’inventano il futuro, come a
giocare con la colla e i cartoncini, se lo costruiscono a poco a poco, altrimenti
senza immaginazione si soccombe. Siamo le ragazze del quartiere che mangiano
pietre per dimostrare di essere forti. Siamo quelli che con la tristezza ci
vanno a letto e alla felicità danno buca.
E : Un tempo mi fustigavo per la morale e rincorrevo il
buoncostume per non uscire mai fuori dai ‘potrei’. Amavo l’ombra della fertilità
estiva e mai mi concedevo a slanci mentali febbrili. Non che oggi tutto questo
sia stato rimosso, almeno in parte. Ma l’esercizio alla vita ripaga e ripiega
su se stesso sempre, e ammetto sempre in relazione all’altro. Ho tratto
giovamento dalle relazioni con l’altrui gabbie e ripensando all’Alfieri,
probabilmente, anche in una mia possibile ‘epoca prima’ ci sarà stato un
episodio simile a quello della reticella. Allungo gli occhi un po’ più in là.
Lo faccio volentieri; a immaginarmi in erba, oggi in fiore, a consumare il
tempo e gli occhi, a mangiare ancora mani, a desiderare, e senza dubbio a sentirmi
la voce. Abito in via delle possibilità, ogni vicolo è percorribile nulla
è scartabile. Le relazioni si fanno meno
morbose, ma si riconoscono e pretendono la paternità. Settembre arriverà. A dicembre, invece, c’è la
raccolta dei sassi.
Z : Crudeli e fischiettanti se ne vanno in giro per il
mondo. Nessuna gioia, alcuna gioia; nient’altro che una smania infinita e cagnà,
stando fermi. Ho deciso di tuffarmi e lo feci: com’è profondo il mare, esclamai
con meraviglia celata al mondo e rimasi a guardare il profondo mare. Sono in
mezzo al mare, se affanno le braccia fra l’acqua mi sento, sento la pesantezza
del mio corpo leggero nel mare, c’è. Una folla di gente decide d’accalcarsi,
programma della serata: scegliersi uno spazio, un posto da abitare nella rete,
poi ci prenderanno. Tutti a casa, tutti lì quasi nella rete. Tutti muti, nella
rete, tutti, sorridevano tutti, tutti sorridevano muti. Così.
N : Una medusa si avvicina avvolta nella sua bellezza: elegante,
morbida, lucente. Lo sguardo di lui la segue intimorito e già innamorato. Nella
morsa della bellezza tutti vogliono morire, nessuno escluso. La bellezza
salverà il mondo, qualcuno lo ha urlato tra i titoli in libreria. Che cos’è la
bellezza se non un vuoto nel quale precipitare, il tempo che serve perché appassisca
consumata tra ingordigie e carità trovata fra carruggi e asfalti con mill’occhi.
Cos’è che ti trascina ogni notte ai piedi della mia porta, che ti fa amare la
bellezza, bella com’è t’avvolge e in un patio andaluso giurerai di averla vista.
La vedrai altre mille volte, altre mille v o l t e, mille volte a l t r e. Sì,
mi diverte. Ogni angolo del tuo viso mi diverte, perché è uguale al mio. Sì mi
diverte costringere la fantasia in storie prevedibili. Sì, mi piace non
conoscere altra gente, ma avere sempre la stessa che vive da secoli su quella
panchina. Sì, mi diverte tornare sulle stesse parole e sugli stessi rimandi. Sì,
non mi diverte affatto stare in mezzo a tanta gente, avere trentasette orecchi
e due virgola cinque bocche, quattordici occhi e fingere di non aver visto
nulla. Ogni volta, mi diverte.
Θ : Se incontrassi
tutti loro al supermarket il carrello correrebbe in avanti, li urterebbe e
troverei qualche scusa per annusarli, carezzargli ‘occhi e rimpiangere la mia
credulità. Balla con me fino alla fine dell’amore, che senso ha, ma sì, balla
con me. Che la scrittura si salvi, che l’inchiostro ci macchi tutta la bocca,
che la scrittura si conceda a tutti, che si rifugi dai pochi, che si salvi la
scrittura, perché stanotte la voglio liberare. Ti immagino sai, scrittura, fra la
collottola di vecchi uomini ingialliti, fra le primavere dei giovani ormoni,
fra le cravatte dei giovani devoti, fra le calze smagliate delle mogli e i
calzini ripiegati degli uomini, fra le occasioni perdute di chi vive solo. Tu scrittura,
salvati. Se ti salvi tu, scommetterò sui destini della gente, ti terrò viva in
fuga, fuggi da me se vuoi.
mercoledì 28 marzo 2012
Corpo di plastica
C’è nell’uomo una paura disarmante: restare nudi. Per nudità
io intendo senza vestiti, nudi, senza nemmeno i calzini che formicolano le
caviglie, nudi, senza nemmeno un angolo dove rintanarsi, nudi intendo con la
pelle al vento, con le intimità e le personalità rese note al di fuori. È una
pratica tanto primitiva quanto sconvolgente, capisci, restare nudi? E se poi
quello mi fissa, resta lì a guardare il mio pube, le cavità e le rotondità
lunari? No, non resisto..
Resiste, ancora un po’. È la mia preda da tempo e comincia a
cedere. È mia. Nella mia carriera ho visto crollare molti corpi, pelli e carni,
scene d’orgia senza erotismo, solo corpi
precipitare a picco sul mondo. Gli esercizi di nudità non hanno mai fatto male,
soprattutto quando vi partecipano corpi giovani, freschi. Solo quando si è
davvero in fiore la pelle odora come un petalo. Io sentivo quell’odore colmare
le narici, immaginavo la peluria nelle narici muoversi, ondulare, trattenersi
nell’inspirare e godersi quell’esalazione delicata fino al cervello, poi giù
fin nelle profondità. Sfioravo ogni
corpo, mangiavo e mordevo la carne. Non esisteva miglior lavoro al mondo.
Fotografare corpi nudi. Dieci anni di corpi nudi, completamente. Una
flagellazione del corpo senza sosta. Gli altri mi elogiavano dicendomi che il
nudo viveva attraverso quelle foto, che si riusciva a sentire il peso dello
stare al mondo, fisicamente intendevano. Io annuivo e ringraziavo. Come
spiegare a quelli che avvertivo un vuoto enorme ogni volta che facevo click con
l’indice sul pulsante dell’immortalità? Vedevo attraverso la macchina
fotografica quei corpi belli solo nell’odore, forti nell’aspirazione alla
non-materia, bellissimi nell’idea del viaggio, nel volersi abbandonare. Tristi
e orribili per me, nel restare fermi immobili, incompiuti e
inconsapevoli. Cambia posizione, guardami, ruota il capo, avanza, spalanca la
bocca, ammicca un sorriso; i pantaloni mi si gonfiavano, le pupille biglie
nere. L’odore, il giardino, la serra, i fiori, i petali, profumo.
lunedì 26 marzo 2012
Ricordo di un'ombra
Dicevo all’amico Tom che le ombre non appartengono ai corpi. Sorrise Tom, sorrise a lungo nel suo viso di plastica e canditi. Io continuai a discorrere senza avvedermi della mia incompletezza e della mia ridicolezza. Tornai a casa stanco e sfatto, calciando i sassi che incontravo sulla strada. Un gatto, un’aiuola, nuvole in fuga, luna piena, due rughe all’occhiello e quattro mani e un braccio di cui non ho mai saputo che fare. Pensavo, pensavo all’amarezza che Velcaninov avrà di certo provato nel rendere il conto di quegli anni trascorsi a T.; pensavo a Velcaninov e alla piccola Lisa, la figlia morta, conosciuta per un momento in una stanza d’albergo e poi immaginata. L’ipocondria, spazi immensi, riprenditi. Un mio amico una volta mi parlò di una figlia che credeva sua e che perciò cominciò ad amare, a cullare, a pagare. Poi la piccola morì precocemente e il giorno del funerale seppe che non era figlia sua. Cominciò a disperarsi. Pianse a lungo sulla tomba piccola e nivea, mi raccontò. Quando la stanchezza scivolò dal collo della luna, l’amico alzò la testa e si sorprese nel vedere che fosse già sera. Si spaventò nel vedere la sua ombra che di fianco gli stava in una posa diversa e non riflessa, in piedi, davanti lo fissava. Si contorceva la tomba di una niňa sconosciuta; il lavoro perso come l’amore facile, gli occhi sbiaditi e l’ombra che ancora dinanzi restava. Gli chiese chi fosse, ma quella non rispose, niente affatto. La urtò, la spinse e quella niente, poi incalzò vento e se la portò via. Non dormì, non tornò a casa. Bussò alla mia porta, entrò si versò da bere e cominciò a raccontarmi quanto ho ricordato. Risposi che avrebbe dovuto riposare e respirare calmo, fumare una sigaretta e coricorarsi, lì sul letto. Allucinazioni, amico, il dolore fa brutti scherzi. Ma oggi ripenso con stizza alla mia sete di risposte inutili. Oggi capisco: quell’ ombra non era che la sua che lo ammoniva senza giudicare.Sì, le ombre si staccano dagli uomini in preda al panico che s’aggrappano a un’altra vita, l'afferrano con l'uncino, rincorrendola, la vita d’un altro. E dunque, l’ombra si stacca silenziosa, stanca e attonita. Poi spalanca le piccolezze dell' umanità al suo uomo e si lascia soffiare dal vento non potendo più riflettere chi brama l'altrui vite e non gioca più con la sua ombra, con la sua niňa.
domenica 4 marzo 2012
Bell'are
Muore una pecora, sotto gli occhi miei. Muore che io non
posso toccarla, è malata dicono, è nera. La fisso finché gli occhi stanchi me
li trovo tra le mani. Metto a posto gli occhi e vado via. Ripenso con
agitazione alla pecora nera con la lingua di fuori, i denti con un po’ di verde
fra le gengive. E m’assale un senso di solitudine. Pensiero secondo: la
solitudine, appunto. Mi fa sorridere pensare alla solitudine, è semplice, è sussurrabile. Non
avere paura che sarai solo anche tu prima o poi. Ma solitudine è compagna, tu
non spaventartene. Solitudine è piacere, tu goditela. Tra le ore sole corpo e anima saranno vicini e potrai toccarli. Se un colpo alla gola senti lascialo
lì, cadrà da solo, come i denti dei bambini. Non tirarglieli. Se sceglierai la
solitudine, non ci saranno scorciatoie, la lingua s’ammutolirà per un po’, ma
il gusto della compagnia non avrà eguali. Ci sono persone che s’adagiano leggeri sul mondo e non te lo
dicono e non li vedrai mai. Ci sono tipi di persone: gli “eterni mariti", i
mentecatti, le suore gravide, gli avari senza averi, gli sbandati, i tormentati
sempre e gli appassiti cronici. Ci sono tanti tipi di persone quanti tipi di
malattie e tante realtà quante persone. Tanti giorni quanti il calendario segna e ogni giorno un santo, per crearsi un pretesto, per osannare i giorni. "Noi siamo l'uno per l'altro un teatro sufficientemente grande" .
mercoledì 29 febbraio 2012
Le pareti d'agosto
E troppi corpi ancora non si fermano.
La vidi passare, a un piede una scarpa, all’altro un calzino
sudicio. Il sole picchiava forte sulla testa calva e lucida del capotreno che
tolse in un attimo quel buffo cappello e si fregò la mano sulla testa più
lucida che mai, sudata. Non potei fare a meno di arrampicare un sorriso. Lei intanto
ancora che urtava i passanti ingombranti, ancora che zoppicava a un piede,
quello scalzo, perché l’asfalto scottava. Scoppiai a ridere, elementare watson.
Alle elementari ci andavo a piedi, con zaino in spalla e fratello davanti, la
salita e la responsabilità di se stessi che ti faceva sentire Grande, macchè,
se la rideva il pasticciere. In treno scavai più che potei, elemosinai sguardi,
assetato come ero, insaziabile, avrei voluto strapparli gli occhi, assaggiarle
le carni, ma il caldo, i fiati di tutti quasi asmatici, mi fecero sentire un
traboccante senso di vomito. Come ogni giorno, d’altronde. Vorrei fare
chiarezza sul senso mio di nausea. Non sono mai stato un uomo che da bambino
vomitava di frequente, salvo casi
febbricitanti, mangiavo, andavo di corpo regolare e correvo con piacere. Da adolescente
vomitavo da ubriaco poi dormivo. Da quasi quello che sono cominciai ad
avvertire un senso di nausea. Oggi lo sento, mi sta addosso, sale dai piedi si
ferma alla gola, e mi sta addosso come
alle calcagna, tutto il tempo. Non provo disgusto per l’umanità,
affatto. Provo disgusto, ecco tutto. Mi piace stare fra gli altri, riesco ad
intrattenere anche buone relazioni. Ma la nausea, dietro, di spalle, poi
davanti, di soprassalto, poi dall’alto, dal basso… Sono nauesato, anche ora, per esempio, mentre
ripenso. Pensare mi rende infine stanco oltre che nauesato. Perché sono un
inetto. Non sono in grado di avere relazioni con le singole persone, l’ho
detto. Mi fa orrore anche solo l’idea di dover creare un’intesa, capisce, una
cupola, una conscenza autentica peggio ancora avvolgermi a un altro. Non ho
amici, ma in mezzo agli altri ci so stare. E lei poi, non so cosa voglia dire
stringere un corpo tra le braccia mie flaccide, cosa voglia dire guardarsi
negli occhi e dormire insieme, tanto peggio. La nauesa. Al lavoro, sarà stato il primo giorno, credo, sedetti alla scrivania e dopo un paio d’ore di
pratiche commerciali, urlai, beh... sì, il tono era alto, urlai SIGNORI, LA
NAUSEA. Risero i colleghi, risero senza manco chiedersi dove fosse la nausea,
cosa volessi dire, o se stessi per vomitare. Incapace, capisce, incapace, per
quanti sforzi voglia fare, quanti bei capelli spazzolare, non c’è nulla che mi
porti alla sazietà, all' inverso vomito. E me ne sto qui, a fissare lei fuori
dal treno, un piede dentro, l’altro fuori. Lei che suda, che s’appicica alla
carne, al pensiero… lei che il senso di nausea me lo schiaccia per i minuti che
verranno… “ Signore, e adesso come si sente? Signore?!”, sentii stringermi il braccio, trasalii. Un uomo mi
fissava preoccupato e incuriosito insieme. Lo rassicurai che andava tutto bene,
ero sudato, continuava a fissarmi. Dopo un minuto circa riprese: “ signore, non
vomiti qui, la prego” . Capisce, replicai, uscii dal vagone.
sabato 25 febbraio 2012
Tu
Ho accumulato cumuli e macerie di prosa malconcia. D’ improvviso, la disfatta.
Ma se volti il foglio, tu, non ci vedi più niente a parte le clausole che hai firmato.
E adesso schiacciati gli occhi nel buio e sfregateli con le dita adagio adesso che siamo qui per riposare…
Ogni giorno perdo le parole, come quando si dice si muore ogni giorno. Vivere con i colori in bocca, lì lì, tra il dentro e il fuori, e niente. Dopo la morte segue un sussulto e l’ereditarietà è un tarlo che batte maledetto. La continuità: silenzio e scrittura. Le arpe, le voci, gli occhi chiusi, sfregateli con le dita, le forme antiche, una semplicità indelebile a metterle insieme a ricomporle a disfarle e a mutarle, le parole. Lui si pisciava addosso mentre un click lo osservava, e risplendeva di chiari ossimori il suo passato. Lei è ferma di spalle, sguardo sfregato schiacchiato sotto le lenti scure, di spalle, con posa sicura e lui sembra un perfetto imbecille, impaurito e pisciasotto, come i bambini. Se vuoi ti porto un bambino, non ti offendere. Allora prendono a discutere, e tu che li ascolti oltre la parete non t’avvedi se ciò che senti è reale. Tutto muore, banale. Ѐ tempo di morire, tempo di vivere. I seguci tuoi non sono mai esistiti, filtra un soffio tuo di vita attraverso l’Amico del treno, del caaaso. Poi, niente. Poco e niente. Ricordi, ricordi, ricordi. E non vediamo invece naturalmente niente. T’ avrei chiesto: -che vedi?-, se i colori non li possiedi, i figli sono usciti dall’utero, le madri si sono unite in lotta, le forme antiche si rinnovano, sempre, contro sempre, il tempo, le fotografie le hai lasciate corrodere per non ucciderti, e i colori con gli occhi schiacciati sono più belli. Allora schiacciami. E tu schiaccialo. E tu schiacciami. Schiacciami gli occhi e poi sfregameli con le dita adesso adagio perché tanto tu con questi occhi vedi niente. Fai così, come te lo dico io, che te li schiacci, che me li sfreghi. Ecco così, con le dita adagio e poi ancora dentro di te li vedi i colori e le forme e le chimere? Adagio, niente. La bocca spalancata, gli occhi schiacciati sssccchhiacciaati cc sss hhhh gli che te li sssffreghiiiii, contro tro tro tro con tro se contro sempre. Contro forme antiche si rinnovano contro sempre IL TEMPO sempre contro tro tro tro tro contro il nemico di classe la resistenza si rinnova in forme antiche contro il nemico di classe sempre il tempo ilteilteilteiltempo.
Si rinnova, sempre.
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