mercoledì 25 marzo 2015

La torre

. non vivere di 
un'immagine riflessa più non vive
un arbusto a mezzo dito crescere dentro 
squartare la lacerazione
a mezzo dito toccare
l'orbita più solida
liquida 
non vivere di
specchi riflessi
giochi in cui non credere
più non
vivere di
- Pigrizia e poesia vanno a braccetto!
di vivere
nel fangoso ruscello
del mondo
infinito affetto
lasciare vivere gli altri
di questo di quello
un dito
frattura
la lingua delle foglie
addomesticare
infinito affetto
per i padroni
non capire più
marca da bollo
marchiare il prossimo tuo 
come stesso non essere
non vivere di
fraudolenti pensieri
rimirare il giardino 
è un dovere
di geometri ingegneri
aerospaziali
annaffiare l'oltretomba ogni dì
a niente servire
- Riso e cavolo per desinare!
non commettere più
l'atto impuro
nutrire te stesso 
semper
nell'altro sprofondare
orbene
involucro unico da questo
evacuare.

domenica 13 aprile 2014

al Chierico si domanda

Chierico.
T’era riservata la parte di Dio. A te. O forse t’era offerta solo una parte. Una fetta di torta.
Notte dell'aprile il primo. Non è uno scherzo.

Chierico,
a te è riservata ancora la parte che Dio ti cede? O che t’offre? Ma sai, offrirsi a un altro è sempre un gesto innato di cedimento. O di generosità. Un cedimento naturale, ma sai, certo che sai, un cedimento sociale è altruismo, è segno umile del punto unico. È bene. O è marxismo, vecchio scomodo, puzzolente. E che ne so, son mica marcsista! Non ci resta che essere moderni. E in questa modernità a me non resta che indagarti. carchierico, cara luce fioca di noia medioevale.

Chierico,
a te è concessa la parte non riservata da Dio. 
Anzi, è una parte che t’offro io. 
In questo spazio. Pesto buio di cera nera. Non vedi niente? 
Vedete: il chierico cieco avrà così affinità con Tiresia e con le vedove, le galline nere, che per tutti morirà mitico, invero di vanglorioporosi. 
Continuerà. Resisterà? Quello resiste, ce la fa. 
Dove? Qui, questo è uno spazio. Spaziate?

Chierico,
a te è esclusa la parte riservata dei loro dìi. Che gioco stupido di parole! 
Stupido? Chierico, sei relativo impallidito, sei un filo fioco di neve spenta. Tu, non spaventimi col tuo fòco. Hai paura? Dicevi: la fede nella ragione (e a Dio non pensavi?), la fede nella verità (e al cieco che dicevi?), ti trattavi in giustizia (roba di poco conto), in differenza, in possibilità. Tutte. 
Ma a te non è riservata solo una parte, anzi?

Chierico,
a te è fottuta la parte riservata di Dio. Ma parli ancora? E scrivi? 
Rispondi a questi frammenti di lettere e ti salverai. Sei salvo? Ti dicevano di parlare di mediazioni sentimentali per vacillare gli uomini nei luoghi comuni, per diventare il medico di ever/wood, per misurargli la temperatura corporea e dire loro, tutti, non solo a una parte, per dire loro. Signor gente, il suo è un grado zero. 
Fottendoli nel tutto.

Chierico,
o artificio necessario a quest’umanità in brandelli in bretelle, tu sei la fonte, l’ars, la costruzione recente recentissima, il congiuntivo; tu sei la parte riservata da Dio! Abbiamo capito. Ma per farci cosa?
Chierico, tu sei un punto nella loro direzione. L’imprendibile verme dell’umano còre. Il locus amenus, l’amen di un luogo comune. La grazia a cui l’occhio non tende. L’occhio reale, intendi?

Chierico,
a te che è riservata la parte di Dio, abbi il coraggio di venir fuori, spunta fungo velenoso, allucina mostra l’errore semplice di credere alla pubblicità del niente è impossibile, il complotto davanti al cassonetto, le notte in cassa muta, mostra quanto il reale è possibile solo, solo come solo tu sei, se l’occhio reale non reàla, ma fantàsia regala.

martedì 4 febbraio 2014

Retorica di una fotosintesi

Foglia,
è un sentiero di aridità che li ridusse in centesimi accantonati in scatole fetenti.
Foglia che spunti,
al mattino loro pensavano a te, piccola e esule, ti sbirciarono nel tuo verde nascere.
T'abbeverarono?
Foglia,
merletto di arbusto odor di legno e color di tempo, quelli smisero di pensarti quando nuova gemma metallica li trafisse. Che ti fa l'occhio più piccolo del mondo, ti guarda e t'ama, forse?
Sogno lucido di foglia,
l'opacità dell'asfalto l'ha fatti ciechi e ciecando volteggiano e ciecando annaspano fra gli odori di arbusto e ciecando accecano i tuoi disegni lievi. 
Ti dissero che, che sei solo una foglia, forse?
Foglia che ti conservo nel dolce oceano dei loro pianti,
accogli me piuttosto nel tuo candor d'esule. Esulami da questi morsi che mi strappano alla piccolezza,
proteggi tu il risolino, cullami, ché i loro bambini l'han fatti crescere, il mio è solo rimbambinito, invece, e di crescer non ce la fa. 
Foglia esule,
sfrega al mondo la tua clorofilla, abitua di nuovo tutte le creature a meravigliarsi di sé, riducile a spine innocue, placa il mio pianto, che non si ferma e ingrossa le mie foglie.
Ti diedero che, un volo caduco luccichio di eternità,
ti incantesimarono che, che non eri foglia ma voce significante del tuo nome?
Foglia, dimora di luce, devota alle stagioni,
metafora di te è me.

venerdì 13 dicembre 2013

Ritornello

(quando mai si vide luna mancante.
quando mai si vide buio sorgere
quando mai funghi fecero fiore
quando mai dentro il mare, il mare di dentro sposò foglie
quando mai acquerello acquietò acrilici
quando mai scadenza produsse essenza)
Quando mai distesi sul grumo più duro dell'estate i giovani più giovani presero umidità in grosse percentuali.
Mai più persi nei loro idilli funerei, adulti; sempre più adulti scoraggiarono il ricordo mostrando album. La colla staccava, ingiallita, si staccava la pressione che mano accaldò, fra carta e carta fotografica. Un gesto, nient'altro che un gesto, su cui tutta la gioventù posava, labile ed esterna, come di quei lutti su cui s'adagia il dolore e in poco tempo scompare, diventa interno ma scompare; riposa sul grumo duro dell'attesa estiva.
Quando mai Trimalchione organizzò pranzi.
Quando mai femminote e marinai sgusciarono l'ovulo del crostaceo speciale.
Quando mai uominiedonnenote si unirono senza mai penetrarsi, dentro, più dentro nel mare, senza dolore.
quando mai lingue arrovellate produssero suoni identici.
Quando mai e quando, queste parole potranno sporgere verso il segno più prossimo della deriva.
Quando mai questo grumo fuori stagione di detriti saprà tatuare l'evidenza del suo tempo e darle un senso, quando mai l'ancora ruggiosa del tempo ferirà l'attualità allora davvero segnoparolanota potrà sporcare la lingua di voialtri.
quando mai questo sarà un solco giocato sull'asfalto ancora fresco di un immenso grigiore
iotuevoialtrinoti attaccheremo ancora giovani la memoria della parola, sensata, utile e la distenderemo con pressione di mano su quell'altro; gioventù diverrà giovinezza e parola non più segno dentro il solco.
Ma parolanota.
Quando mai

martedì 17 settembre 2013

posto un post

Ecco:
posto un post.
Ecco:
è già il post.
Apostoli
Baldracche
Sciagurati
: un posto, il posto dammi un po' un po po un polo senza un po po' sto un po' un posto e avrai comunità regolamentate da norme comunitarie e non più sociali.
C'è differenza:
un po'.
Apocalissi
Apolidi
Apocrifi 
A po' just a po un peau 
Il Po
un po' di posta. 
Era un po' che non vedevo il po po postino. Signor po-po-po-Post! no! Signor Postino! Dov'è (popopopo)stato?
è un po' che asp-p-p-spetto la casella della posta p-p-p-pppiena di post.
è da un post che aspetto. 
Mi apposto alla finestra, ma senza affacciarmi.
Non vedo stesso posto stessa ora già da un po'.
Eppure gli dissi, -guarda che in un post pppuoi starci.
Posteggiatori 
Posto in banca
Posto in posta
: il banco posta
Un posto a tavola
e poi l'imposta
rispost-o-titolo-di-un-post
Un po'porno
Su prati c'eravamo Presi a Padova, Paris era impronunciabile. era prima di partire alla caccia di un posto. 
Che per caso ha visto un posto?
Pacco doppio pacco e controppaccotto
Eppure doppia p. PP: caPPotto.
aPelle figlio di aPollo perse una palla di pelle e di pollo
e Poi?
puoi postarmi in uno dei tuoi post, posso, posso, posso entrare?
Kann ich ausgehen?
Poi arrivasti in pu pu 
punta di ppiede. 
Puff!
sParisti = andasti via da Parigi.
E non venirmi a dire che qui non c'è posto per te. 
Che non si faccia di tutto un post.
E allora poi, ma solo poi, mi vieni a dire.
poc'anzi
PO po ppppp posto post posso
NON TI POSSO SENTIRE!
uh!uuuuhhhrli, perché urli? 
Possibile che non mi senti?
po-po-po-po possibile,
Puoi senitirmi? senti? non senti? Non mi senti.
Posso solo solo sentire le tue pi.
Puoi venire un po' nel mio post?
e poi?
ti posto.

venerdì 6 settembre 2013

Framenti. C'è una grammatica involontaria

Il sale brucia
ma non sul mio viso.
Il sale bacia 
dove l'acre limone lecca il sale. 
È  ferita.
Lacerato
l'acerato 
l'acer
l'ace rato, 
lacerato. 
Torno a costituirmi-ri, torno dentro di me, I.N.-R.I., nell'elettronica consunta e opaca di questi spazi, orizzontali, nazional-popolari.
MA
tu schiacciami, acciami. uT
Griderensi, perchè gridai e insieme sognai, 
uh, forte 
al sospiro inseguii le mie albe 
oh mio mio mio
tutto ciò che abito è mio 
persino 
i miei occhi uno diverso dall'altro sono miei
MA
se il cuore divenisse metallo, senza un rantolo di vita, sentirebbe solo freddo. eppure, sentirebbe. 
È un'abbondanza che straborda dalla bocca, e gocciola, come la bocca della Merini su quel trono, era il piccolo schermo, della donna alda: aggettivizzo identificando.
MA
Prendi un corpo, per esempio. Le parti di un corpo. 
La pubblicità declama: RACCOGLI LA MIA PELLE
occhi--> ed essi si mescolarono al rosa variopinto di ciascun frammento. e dissero tutto.
naso --> ed essi videro non la regolarità e l'armonia del corpo naso nel corpo volto; essi videro solo narici. e odorarono tutto
MA
oh mia mia mia
oh mia stella fradicia posata in purgatorio, 
oh mia, 
oh mio deserto di auto-referenzialità, avrò lettere di referenza da scriverti ancora; potrò? 
Potrò mai più io dirti mio e sempre io ché se mio, raccomandarti ad altri me, e con quale ego, ancora io potrò mai?
io che vivo nel cuore del bue, io che bevo vino da botti secche, a ritmi irregolari, io che coltivo cuori in periferia, io che di mestiere null'altro conosco che il tempopassatore. 
oh mia mia mia 
oh mia oh mia dolce tremenda compagnia, (ti prego, leggi compagna, ma scrivi compagnia)
oh mia che t'amo, io che t'amo più me.
Quest'ode è a te, al vento e ai rachitici. 
Quest'ode è all'oste che vendeva ostia di contrabbando al parroco, 
quest'ode è al dio lercio, al comune mio dio, al territorio pulito che è un deserto, alla piazza alcolica, quanti bei sogni infranti, bicchieri dei bar rubati...
MA
Il parroco disse, e ne fu convinto, era un funerale, io mi ricordo, disse:
-Gesù Cristo non s'è vergognato di essere stato fra gli ebrei-
Allora io mi alzai e con gran  religione presi il calice e spezzai il pane e bevvi il vino e lo diedi ai suoi discepoli e dissi, prendete e mangiatene tutti questo è il calice del mio sangue, offerto in sacrificio per voi, no 
MA 
dico, per te e per la nuova alleanza
Bevvi il vino e spezzai il calice sulla testa del parroco. I suoi discepoli sbigottirono (i bigotti) e di ridicola premura s'assicurarono si trattasse di un errore.
Spezzai il pane, glielo spezzai fra i suoi denti
e ne mangiò
e Gesù non si vergognò d'essere fra gli ebrei.
Nuova alleanza si crea quando nuovo corpo prende forma. 
MA
Gesù non può vergognarsi di essere stato fra gli ebrei, manco a dirlo, perché in Gesù c'è trinità, padre figlio e spirito santo.
MA
posso dire anche parole da more, 
se vuoi.
c'è una grammatica involontaria
c'è una grammatica involontaria
c'è una grammatica involontaria

martedì 2 luglio 2013

Da molti a uno

Posso fare a meno di sprecare?
Anche questo è spreco.
Meglio tacere (fra parentesi di punteggiature)

Ma la prateria è un cantiere di infinita creatività.
 Questo blog?
Una casa senza mutuo da pagare, un angolo o una gogna, un rifugio da dove filtra luce, un'alcova dove gli unamanti si incontrano e si confrontano, dove ogni immagine è esperienza, e tutte le esperienze immagini mai univoche. 
Ci sono molte voci, molte vite, molti modi, molti sorrisi, molti mattini, molte lune, molti inverni, molte primavere, molti amici, molta gente, molti bar, molti occhi, molti girasoli, molto grano, molte nuvole, molti portici, molte manie, molte abitudini, molte penne, molti siti, molti contenitori, molte navi, molti blog, molti gruppi musicali ma anche molti solisti, molti libri pubblicati, ma anche mai pubblicati, molte memorie personali in un cassetto, molti racconti raccontati e quindi molte storie in immagini descrittive mai uguali, molti fotoricordi, ma molti pochi album, molte famiglie, molti poster, molte calamite sul frigorifero, molti corpi, molti cani, molti arazzi, molte piantagioni di tabacco, molti vestiti, molti soldi, molti mestieri, molte tasse, molte scelte, molta immondezza, molta pornografia, molti verdi luoghi, molte isole verdi, molte cassette, molti dvd, molti film, molti animali,  molte chiacchiere, molto cibo, molte feste, molta carne, molti libri in biblioteca, molta folla, molti supermercati, molte settimane, molte domeniche, molti venerdì, molte idee, molte pizze, molti alcolici, molti belvedere, molti verbi, molti errori grammaticali, molti odori, molte essenze, molti capelli, molte utilitarie, molte canzoni, molti anelli, molti piedi, molte bottiglie, molte ortiche, molti alberi, molte capitali, molte europe, molti politici, molti precari perché esistono molti presenti precari sussistenti senza molte assistenze, molti eventi, molte culture, molti eventi culturali, molta frutta, molte vitamine, molta normalità, molta decenza, molti significati, molte maschere, molto teatro reale, molte guerre, molti utenti, molti studenti, molto palinsensto, molto privato, molte morti, molti guerrieri, molti asili, molte carceri affollate, molte cravatte, molti semafori, molti dottori, molti alberghi, molte scarpe, molti molti.


Molti tutti, anche gli ottimisti convinti, sanno dire che soffrire è potenza.
precari da un secolo, noi viviamo il costante precario quotidiano come esperienza sofferente.
Così non sappiamo spiegarci, non sappiamo descriverci, ci definiamo purtroppo, e andiamo, con un costante  soffrire quotidiano che ci impedisce di imparare, assimilare e ricominciare. (Lo slancio) è solo un piede che calcia una catena.

Dormire nel reale.
Se il reale ti inghiottisce non dormi, vivi solo.
Mi sono trovato sveglio in sogno.
pausa estiva

martedì 14 maggio 2013

l'amento

Aglia, aglia, ai ai!, lo dici spesso, sai.
aglia, aglia, ancora ai,
senza acca, non tira vento, è solo bruciore, sai.
I portici della città piccola, ricca di appellativi e di poca virtù, sfilano, si gonfiano e riempiono visioni d'ogni tipo. S'ammorbidiscono addosso ai passanti come formaggio fuso, come plastica che brucia. Ma non c'è puzza intorno. Qui, qui dentro, più vicino allo schermo, più vicino, anzi più qui, più dentro. Avvicina gli occhi, bacia lo schermo, la fattispecie di una pagina, abbraccia il computer, mettigli fra le pagine un po' di profumo, rendilo umano, accosta la bocca, bacia la pagina ingombra. Tu dici che non puoi, che non è una vera pagina, è finta... e intanto non ti accorgi di come tutto si è contaminato indistinto, di come il nostro scrivere è un trascrivere il parlato, con sempre meno avverbi, sempre più punti, e sempre meno pulsioni da esaudire. Nemmeno più le stelle del 10.VIII d'ogni anno. Nemmeno più un'incognita. Chiedi alle parole come si sta dietro a uno schermo, chiedi a Marilyn, la bella impasticcata nel torto, chiedi a Jean Seberg, come fanno a morire ancora ogni giorno nella stessa mente opaca d'un'Europa piena d'asma, itterica, troppo materica. L'Europa sembra figurarsi a ogni inaugurazione: il solito ospite con la piantina "classica", il solito già cestinato, che allunga quel braccio come a dire faccio solo un assaggio e ingozza, va via sempre pieno. L'Europa è vecchia, è come il gioco asimmetrico dei volti: adesso stiamo a guardarle il lato destro, ché del sinistro ne abbiamo abbastanza. E poi c'è l'Oriente, che da Le mille e una notte ancora insonne vive l'incubo d'un Occidente che ogni notte la invoca, un estremo sud, un estremo caldo di giorno, che ha sempre il freddo di notte, e gli statunitensi a scoprirlo... in America non è vero niente che quelli sono pazzi, hanno le armi, uccidono i fratelli, non è vero niente che si vive meglio, non è vero niente, che è enorme e allora c'è tutta la tipologia di gente in un'unica gabbia. Ma l'Italia ha quel patrimonio culturale: di Pompei ha gli scavi, di Pisa ha la torre, di Milano ha il duomo, di Sorrento ha il golfo, di Salerno ha il porto e la cocaina di trent'anni fa, di Napoli ha Gesù e Gennaro. L'Italia ha troppi complementi di specificazione e appartenenza, ha molta compagnia, non ha complementi di comunione, né complementi individuali, ha un mucchio di roba accantonata in un mar spento, in mezzo a coste bellissime tutto è frastagliato, e il granchio scappa perché la sua casa oggi è invasa da un animale mai visto prima di colori fortissimi, blu e giallo, con segni che assomigliano a queste lettere: ACE, e poi ha come una bocca bianca, dalla quale ha visto colare liquido arancione, non ha ali - pensa il granchio - è pura, è caduta giù a picco, come fa il becco di un gabbiano. perché piango? perché la fantasia è diventata reale, e questo è l'orrore. Ci si rifugia nel reale, oggi. Descrivere ciò che appare reale è follia, a leggerlo. Perché non ti guardo? Perché preferisco immaginarti. Perché ascolto musica vecchia? Perché non l'ho mai ascoltata prima. Ma tu alle feste non balli... sei sciocco a non vedere che invece i piedi ballano, balla la spalla, e si sorride spesso. Guarda com'è cresciuto, guarda il sorriso tuo come era grande quando ti tenevi in piedi su una ringhiera di verde, quando c'era solo da immaginare. Guarda come sono pazza, mentre rido, guarda che follia a partire dai propri bisogni fisiologici. e al rumore del treno non pensi? e a tutto quanto non è mai stato consumato, spolverato, non pensi?

lunedì 15 aprile 2013

Disse un gabbiano, disse (o lo spazzino del mare)

Questo mare calmo m'inquieta
Questo mare in tempesta m'inquieta
Questo mare in onda m'inquieta
Questo mare inquinato m'inquieta
vivere nel mondo del sentito vivere, lì, qui e ora, dove le ombre sono creature altre, d'altre vite, e dove il sentito vivere si coglie sugli alberi come i meli, come i peri;
ma oggi vive un ieri che non esita a raccontarsi, smembrato d'ogni esperienza, relegato al mero ricordo.
A mordere, a passare il proprio tempo a mordere; perché sai, non esiste tempo libero: esiste tempo: perso, colto, marcito, recuperato, andato...Esiste un tempo, participio passato, padre di tutti. Esiste in noi un'insolubile verità manifesta, la sembianza animale (sempre mi sarai simile creatura domata). Esiste la tribù, l'elenco elementare, la composizione complessa, la fantasia sociale, e perciò il troppo facile "in&out".
Nulla è placato. Non nulla è placato.
Questo mare in alga m'inquieta
Questo mare in pioggia m'inquieta
Questo mare in sale m'inquieta
Potrei spiegarti per ore che l'autore di queste righe non sono io, ma il suo contenuto mi appartiene.
Potrei parlarti dei massaggi sulla schiena mai abbastanza forti.
Potrei dirti ancora che tutto questo appena mi stanca. Ma è vita da morire.
Potrei ingannarti e strapparti il sorriso per via della legge universale della mancanza.
Potrei dirti vieni a me, vedi a me, ma il cuore oggi è sulla bocca di un bimbo, spacciato per carne rossa nutriente.
Potrei insegnarti a camminare lungo l'urbs e osserverai, lo farai da te, lo spregevole incanto del disagio urbano, ma tratterrai il respiro fin su le spalle per poi ammettere con indistinta causalità che l'evoluzione non poteva sanarci.
Questo mare calmo m'inquieta
Questo mare in tempesta m'inquieta
Questo mare in onda m'inquieta

E invece niente da dire. 
Solo quel garrire, quel garrire che fece dire a un gabbiano.

lunedì 8 aprile 2013

Osservazione diretta di 11 esemplari. documento A (cuore di scimmia)

numero 1.
Ernesto, fil di ferro, età: non risponde mai, alza il mento e sorride. mestiere: non risponde mai, alza il mento e ride. 
numero 2.
Clarizia, legno di pero, età: 35 dice, e guarda giù. mestiere: si guarda addosso e dice: corpo mio, soldi tuoi, e ride. poi aggiunge, facendosi strada fra gli anelli e i capelli che nel gesto elegante s'impigliano fra le dita: figli anche, Piero e Mina. 
numero 3.
Umberto e Ursula, gemelli dalla nascita, età: 20x2, mestiere: ridono. Differiscono per sesso e parrucca e per essere ognuno un altro, tutto il resto è speculare. il cielo s'è annuvolato: lui guarda giù, lei guarda su. un attimo dopo è pioggia.
numero 4.
Teresa e Demi, età: secondo te?, mestiere: ereditiere, dicono. poi, si avvicina che sento il respiro posarsi sulla giacca con le spalline, sulla guancia, poi sento una goccia di saliva, poi sento la voce che sussurra, posso essere ciò che volio. Non solo non ama pronunciare la lettera G, dicono, ma si tratta anche di una sola persona, capisco.
numero 5.
Giove and friends, età: 15x3, mestiere: impiegati del tempo libero. ridono e si muovono goffi. un po' gli ormoni, un po' sono ancora abitati dal seme dell'infanzia. Giove mi lecca sull'occhio. era un obbligo, alza le spalle e me le gira per ridarle al resto dei Giove and friends.
numero 6.
Dav, età 29.54, precisa e poi fa danzare l'indice e il medio, seguo il vento, dice. mestiere: matematico, precisa. poi muove il bacino. no, è che mi piace anche muovermi, la musica, rosso, mi dice, vieni, balla.
numero 7.
Alice, età 17, mestiere: si fa crescere i capelli e la frangia a coprire bene gli occhi. sono bella?, poi sporge il seno, muove il capo. occhi di vetro.
numero 8.
Annamaria, età: 42, ma non è importante, mestiere: vocazione per l'altrui essere, il cane. ma non l'ho scelto io, dice, così hanno voluto. l'avversativa l'aiuta a giustificare ogni non sbaglio offeso, ma. per questo, più passerà il tempo, più passerà la sua voce. ma.
numero 9.
Flora, età: già 70, mestiere: di casa la donna. denti sporgenti, ride sempre, e ha una voce squillante, ma lei lo sa, per ciò ride di più. Sempre affacciata al balcone, ad affaccendare per sé la casa. ho un marito, marinaio, sorriso perfetto, dentiera nuova. casa sfitta, casa vuota, casa nuovabitata. altrove, parkinson, figli, tivù, passa la voce di clooney: what else?
numero 9.
Maria, età: 78, volendo ancora 18. mestiere: sofferente capricciosa. curriculum dolorante invidiabile, nemmeno per scherzo. bella, bella e austera, custode di tutte le ignoranze. Ave o Maria, tutti i giorni. mi pento mi dolgo, con tutto il cuore. armadio pieno di pellicce, carne congelata in cucina. provviste, abiti e ricchezze intoccabili. bella, bella e lo sa. io che tutto avrei potuto, ma non ho voluto, dice. l'uomo di casa, il figliol prodigo. mai andata in pensione. 
numero 10.
Angelina, età: 14, mestiere: dignitosa da sempre. troppi parti, troppo poco amore. ti amo, grazie. pronto? grazie. posso darti tanti baci, angelina? grazie. posso tirarle il sangue signora angelina? grazie. e sorride, sorride forte, sorride contagioso. poi un giorno mi hanno trovato che ridevo così tanto, che la lingua di lato restò. angelina sorride sempre, e pensa molto. quando avevo 82 anni, dice, vivevo una vita piena di gente, e di educazione civile. angelina dice, grazie, rispondo.
numero 11.
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ognuno di loro ha un cuore di scimmia. tutti, cioè, hanno avuto un trapianto di cuore di scimmia.

ma ogni scimmia educata impara a sbucciar le banane, a sorridere agli umani di là, dalla gabbia.
Le scimmie, per esempio sanno ridere.

lunedì 25 marzo 2013

Dialogo impersonale

Ma dimmi, perché hai un'aria così stanca?
Perché ho riflettuto.
Su cosa?
Qualcosa circa me.
E chi sei?
Un feto, un uomo, un pugno di terra, una canzone, un credo perduto.
Abiti da queste parti?
Ho una casa.
Hai qualcuno che ti sfiori durante il cammino?
Ho piedi stanchi e foglie raccolte.
Non dovrebbe essere il cervello stanco per quel riflettere che associava e che ti fece stanco?
Credo di aver riflettuto camminando: ho allontanato i chilometri, ho trovato qualche sasso, lanciato nel fiume qualche pensiero, barattato un'estate per un autunno.
Come ti chiami?
Come mi chiameresti tu?
Non lo so, sei solo un volto, una sagoma, un pizzico.
E dunque, mi stai forse dicendo, non mi appelleresti, non mi nomineresti, poi?
No.
L'altro uno sospirò un silenzio d'attesa
No, se la condizione del chiamare, appellare, nominare potrebbe non considerarsi, no, non lo farei. D'altronde, che senso avrebbe nominarti, avrebbe un senso, quel saperti nominare, se oggi comunque ti presenti ai miei occhi come stanco, come autunno, come foglia?
Non lo so. Non credi, forse, che esista un'onomastica, che la vita di un uomo possa essere legata al significato del proprio nome? Potrebbe avere un suo fascino?
Sì, certo, un fascino ce l'ha, così perfetto, così mendace. L'illusione di chi vuol nominarti o di chi lo ha fatto, per esempio, potrebbe fascinare, come gesto ingenuo di speranza; ma l'evidenza a cui non puoi mancare - teatrale - ricalcherebbe l'idea che un uomo di sé si cuce e si indossa: forte o debole anche del proprio nome, come a indossare un abito e vestirne le parti.
E dimmi, come si fa ad essere contenitore senza influenzare il contenuto?
Narciso ebbe il suo nome a guardarsi.
E allora?
E allora, un che sei, continua a stancarti. Saprò riconoscerti.
Ma no, non ho finito, ho ancora da chiedere, interrogare, fendere.
Continua a cercarti, a raccogliere, a contare, a seminare, a distruggere, a vendemmiare, a contempl...
L'altro un si strinse in pianto, rimpicciolì, cadde, si dimenò, si spogliò, si rivestì, disperse i sassi, li recuperò, compose prati, li calpestò, nominò un dio, lo imprecò, allattò da una madre, la accusò di crudeltà, si accarezzò, si avvolse in pianto ancora. Ecco le lacrime che corrono il viso, ecco le gambe, i piedi, la goccia di sale. Ecco il mare, un attimo di tenerezza, l'onta, la lacrima, il dubbio più vasto, l'autunno o l'estate, e l'uno all'altro, poi, daccapo -
Perché si piange?


martedì 12 marzo 2013

Frame pubblicitario

Oggi la pubblicità:
tutto va pubblicizzato, visto,
ben presentato.
Non è forse diventato un nuovo modo imprescindibile di amarsi?

L'amore ai tempi del packaging.

mercoledì 2 gennaio 2013

Eh.

Nel bosco sarebbe bello un piccolo orto. 

Avrei molti interessi da far ricadere nella categoria "tempo libero". Ma credo sia sbagliato il concetto di "tempo libero" da riempire con gli interessi. Quindi non ho interessi che riempiono il tempo libero. Il mio tempo libero, non amo trascorrerlo con troppa gente. Né a fare quello che mi piace. Generalmente dormo. Anche quello che si fa, o farebbe con piacere, se gli si stabilisce un orario, un inizio una fine, si presenta come un piacere da colmare, necessariamente. Ci riempiamo di scuse per riempirci la vita.

lunedì 17 dicembre 2012

La farfalla che visse un giorno

Vissi un sol giorno, 
ma non vissi d'un fiato. 
Non vissi in fretta: vissi un giorno e dentro un giorno.

Il fiore, persino, derise la mia volontà, la mia breve vita, derise il mio tempo, a contemplare il pastello delle luci, le sensualità delle ombre.
Prima che l'unico giorno, accogliente della vita mia potesse soffiarsi, riuscì a restare sospeso e a sospendere nell'aria un pensiero:
quanto è grande il non vivere in una vita lunga giorni,
quanto ci si affatica a recuperare il resto del già passato, 
quanto costa rimandare?

L'aria si sospese
il fiore odorò di meno, come a trattenere il respiro
la clessidra si gelò
la rugiada si posò in fretta
la natura attese un attimo
poi fu di nuovo
crudele.

Un giorno si perse fra i cinguettii e il traffico
le mie ali si strinsero, calore impercettibile.
Eppure risposero ad un senso, tutto.

(equilibrio e dissolvenza)

giovedì 25 ottobre 2012

L'evoluzione di un nome.

Buonanotte, sospirò uscendo finemente, con la sciarpa sempre al collo e una sola paura, quella di far del male all'aria. Entrando in casa, posando le chiavi al solito posto, Karl trovò un foglio di carta: il posto divenne insolito, immediatamente.
C'era scritto:

 Non dormo più, e mi inaridisco. Se fuori c'è il sole non ho voglia di uscire, per timore di sorridere. Così chiamo beata la bocca degli altri, che al sole si scalda. Me ne vado via, lo faccio quando è buio. Ho atteso che la luna non ci fosse, che le stelle non bruciassero gli occhi, che le banalità non arrivassero. Scusa, ho bevuto la bottiglia di vino. Ma qui, qui dentro, fa freddo. Fa sempre freddo qui, ma non stasera. Non ti scriverò di modi per cui ringraziarti: non saprei ringraziare le spalle. Coltivo dentro me un fiore, il seme l'ha portato il fiato tuo, domani non nascerà. Tu siediti, ora, prego, come ti dico. Non attraversarti le dita fra quei capelli, non fumare, sì, il bicchiere, il vino. Finiscilo tu. Sono singhiozzi di parole, Karl, stupidi singhiozzi di parole, che stritolano l'esofago, che riempiono le giornate. Fuggo via, lo faccio per noia, per una divisione in sillabe, no-ia, che a voce sembra lo scontro fra le lingue, fra la negazione e l'affermazione. Soffoco, Karl, di noia immensa, di malumore, soffro di inverno. E' la mia diagnosi. Ti ho lasciato lì sul letto l'Abc dei ricordi, ho tenuto con me la Z, ho lasciato a te le lettere e le combinazioni possibili. Ho preso dalla camera in fondo, quella che non apriamo da quel dodici novembre di tempo fa. Io l'ho aperta Karl, ho frugato fra la polvere. Non c'è più niente, nemmeno il suo ricordo. 
Passerò l'autunno fuori. A presto.

Pensò Karl, pensò. E si addormentò. Non ci sono finali, solo nuovi giorni, ogni giorno.

Karl vuol dire Uomo libero.

venerdì 12 ottobre 2012

Il cane e il soldato

Il cane leccò le ferite del soldato: la sua saliva era calda, sporca e arida, ma l'intenzione, la spinta del cane fu così bestiale che il soldato non seppe farlo smettere. Questi rinvenne tra il calore della saliva e le sue stesse smorfie di dolore. Si cercò l'equilibrio, tentò tre passi, al quarto scosse la terra: si alzò in piedi.
Quell'attesa inconcludente, fra rocce e selve, spilli e nemici, lo fece riflettere a lungo, proprio sul senso dell'attesa. Si paragonò a un cane. La sua esperienza in teatro e suo figlio sordo gli insegnarono il valore della mimica e delle parole espresse attraverso il movimento e i gesti della bocca, dei denti, della faccia. Si disse, ripetutamente: mi fa soffrire sentirmi solo come un cane. Sono solo come un cane. 
Nel pensarci, accettò il paradosso.
Stanco tornò a scaldar la terra, in attesa.

venerdì 21 settembre 2012

Routes



  
Carro mio,
traina sulle ruote tue il peso della noia, come fece nel sole Apollo, 
che poi si bruciò.
Carro mio, 
pieno di stoffe e di stazioni, 
soffia sulla ghiaia, 
sulla sabbia, 
sul pietrisco, 
sui simboli che l'uomo inventò e di cui l'uomo 
si meravigliò.
Carro mio,
porta gente dalle gambe stanche, 
sii più forte di tutti, 
separa la strada, inventati una storia.
Carro mio, 
annuncia la festa.

domenica 9 settembre 2012

L'umane relazioni

"Mi seducevano solo le biblioteche e i bordelli"

Il misantropo amò troppo l'umano possibile, il misogino si perse fra gli odori e i fiori del mondo che gli altri chiamarono donna. Ogni definizione si prende gioco dell'altra. Fra una biblioteca e un bordello c'è una gran differenza; ma occorre solo una foto delle strutture, dell'utenza e le distanze si rimpiccioliscono. La biblioteca e il bordello contengono corpi: l'una il corpo libro, l'altro il corpo ed altri corpi. Chi vi entra è a stomaco vuoto, chi esce ne trae almeno una sensazione di soddisfazione. Sfogli le pagine o sfogli un corpo, l'intenzione di chi ha fame, probabilmente è la stessa. Ma fu l'esclusiva del solo a sorprendermi fra i pensieri notturni. Quel solo si insinuò negli angoli dei miei sorrisi riducendoli in amarezza. Per ciò le insonnie sognanti mi facevano stancare di vivere: a che mi giova, pensai, vivere l'asfalto di un continente senza poterne mai conoscere le profondità? Dovevo andare in strada, smetterla di produrre realtà dimenticate dal reale, genuflettermi alle musiche, perché mia madre mi apparve in sogno, dicendomi ancora "per me esiste solo Bach". Fu così che desiderai con ogni forza tornare ai miei luoghi d'infanzia, passeggiare ancora fra le mie letture e qualche puttana in libertà, correre ai ripari da qualsiasi altra forma che assomigliasse a un uomo. Più desiderai solitudine, imponendole il dovere, più la solitudine si affacciava ad altri occhi. Lo incontrai, e sono certo che accadde in sogno. Gli attimi della mia gioventù rimasero in sospeso e a galla sulla mia età, sulle mie corrispondenze, sulle candele, sulle notti bianche, sugli amici di carta e sulla crudeltà delle cornici vuote, senza più nemmeno una foto. Insomma, quegli attimi di cosa avrebbero mai potuto godere alla vista di quell'uomo vestito di sogni e di voglie? Lo osservai non una, ma dozzine di notti, tutte notti insonni, a dozzine. Vagava per i cimiteri, respirava a occhi chiusi, sorrideva agli oggetti inanimati, dormiva davanti alle chiese sospirando, osservava le formiche: sembrava una creatura perfettamente integrata col circostante. Eppure la mia sensibilità mi spingeva ben oltre quella bellezza scura. Sentivo affacciarsi in questi una tale malinconia, come una clessidra di parole non dette, ogni notte rovesciata, sentivo nell'espressione di pochi attimi l'incantesimo di quel che intorno io solo non avevo saputo vedere. Lo sorpresi incontinente lasciarsi andare sull'edera, come se quell'atto gli fosse dovuto con solennità, come se il mondo fuori si dovesse voltare. E io no, io mi sforzai di attenderlo, dietro, alle sue spalle, lasciando che la terra accogliesse il fisiologico e attendendo che a me fosse dato il resto. Sentivo che si rispecchiava in lui il dolore della natura, la malinconia dei rami, l'allegria del verde intorno e la disperazione dei lupi. Alzata la lampo si voltò in lacrime. L'urina, il gesto della liberazione fu per egli abbandono e fu lacrime. Sgranai gli occhi e ridissi a me stesso mentendo: "Mi seducevano solo le biblioteche e i bordelli". Invero l'armonia mi sedusse.

domenica 12 agosto 2012

L'uomo e il mollusco (pensieri indigesti)


Vieni qui. Sarà l'unica volta che potrò dirtelo. Contati i passi che ti sono rimasti in tasca, e datti un motivo per       rovistare nell'immondizia di un passato che l'umido rifiuta. C'è un cuore di troppo, una lacrima che si gela fra le scogliere del mio Cilento, un uomo nero, l'altro che per sentirsi mollusco costruisce castelli con le gambe. Sai, amore, cosa mi farebbe più male al cuore?
Dimmi, cosa sarebbe che ti fa.
Saresti tu, la ragione ultima e perciò quella che per prima potrebbe scivolarmi, l'involucro dei miei pensieri, la tenerezza di un castigo autografato, l'attimo in cui ti sognai e volli morire, morire d'amore, perché d'amore non si muore, lo dicono i musicanti. Ma amore, leccami via l'argilla, abbraccia i miei silenzi, calpestami il cuore duro, piangi all'urto di questi anni zero, di questi amici crudeli, di questo crescere e correre che mi fa stancare. Amore, sai cosa mi farebbe più male al cuore?
Dimmi, cosa farebbe che ti è.
Saresti tu, i miei costanti mal di mondo lontani da te, l'esercizio alla penna solo per un attimo di vana gloria, un esercizio senza stile, amore mio, mi farebbe crollare le pupille, rimandare gli amplessi per un valore estetico. Amore, mi farebbe paura invocare questa parola ormai vuota, e dimenticare che io ti vedevo anche nei giornali, nelle edizioni scadenti, nel suicidio di Pavese, nelle lacrime così poco letterarie dell'amico Calvino, nelle incertezze di Pasolini, nel rifiuto di dirsi grande di Warhol. La paura sarebbe ciò che costruiscono i miei occhi alla vista di un derviscio che ha occhi solo per le sue danze, per gli altri.
Sai, amore, cosa mi ferirebbe di più al cuore?
Dimmi, cosa ferirebbe il tuo è, che ti fa il cuore, dimmi, amore.
Amore, è questo gioco che parte da te e continua a chiamarsi amore. Questo gioco linguistico inafferrabile, la lingua che chiede sempre amore, e che in ogni lingua resta un morso che l'uomo sputa a ogni sorso, quando amore non conosce, e che dona a ogni spalla, quando amore sente.
Dimmi amore - chiese amore -, cos'è che più di tutto ti ridarebbe il cuore?
Saresti tu, amore, l'amore, l'omonimia che non indica identicità, ma solo somiglianza, un gazebo nel quale rinfrescarmi, una scatola da aprire ai miei sessant'anni, la mano dolce che rimpiange il corpo, le inesattezze che ci si sforza di allungare, il tempo che si fatica ad amare, la meraviglia che il mondo intorno dimentica. Saresti tu, amore: l'amore. Una civetta che fissa la luce di una camera, una vita, una camera, il silenzio.


Ieri perdevo il mio cuore oggi lo ritrovo e me lo tengo stretto, stretto, stretto fra i denti e i camici delle infermiere, quelle belle, mamme nelle piccole cosce di rame, donne nelle mani che han toccato i corpi indigesti di vita. Quel che un giorno gli uomini chiamavano gioia oggi si chiama silenzio. La diva del muto l'ho ritrovata al mare, oggi, proprio oggi, in mezzo alle alghe e alla calura, in mezzo.

L'aria intorno entra ed esce dalle corde della mia armonia. Si spalancano bocche al mio capezzale. Si chiamano sorrisi, sto parlando delle fauci.

domenica 5 agosto 2012

La tavola

Sono tranquillo, eppure.

Quel giorno fu il bilancio di tre anni spesi in quella casa enorme, da tenerci tutti dentro, piccola, da sentirci tutti addosso all'altro. Raccontai ai miei figli di un'emozione da bar facendola passare per emozione da sala da ballo.

Lei arrivò comunque tardi, e gente in giacca e cravatta urlava il suo nome, mentre per lei, stranamente, apparve più importante il bilancio degli anni che quel momento. Visi noti le sembrarono maschere, maschere, maschere. Entrò d'un fiato, col cuore nelle maniche, sorrise al tavolo lungo di legno, agli uomini affollati sul tavolo e cominciò la sua arringa. Ogni faccia fu più umana che mai, mai ai suoi occhi le parve tutto più inaspettato. Quando tornò a sedere si guardò intorno, di proposito. Ecco, questo è il momento di rapire ogni cosa. Intorno a sé, dietro di sé, davanti a sé: uno rideva, un altro si agitava, un altro ancora osservava, ancora un altro sbigottiva, uno fra gli altri agitava le braccia per farsi vedere, un altro si nascondeva sotto le formalità. Gli uomini affollati su quel tavolo lungo restarono a fissarla per un po': la figlia di Narciso la fissò incredula e sottecchi fece un cenno di approvazione, il pendolare stanco blu la fissò a lungo e prima le porse un sorriso e un occhio strizzato, e dopo, un sorriso. Il sud le sorrise in fretta, l'Inghilterra sorrise sotto le labbra, la geografia fissava senza capire da che regione arrivasse. Ma il suo posto, lo notarono in molti, fu su quella sedia, a tener la mano stretta all'Africa. Nessun momento fu mai tanto pesato. Le persone si accalcarono per gli abbracci, la selezione naturale si propose imprevedibile: gli inaspettati furono i migliori, i primi giorni di scuola marcirono nel tempo d'un giudizio, le donzelle e gli sguardi inutili furono ricacciati dall'organismo, fisiologicamente. L'uomo grosso, buono negli occhi e folto nella barba le porse i fiori più belli del mondo. Il disprezzo, quello arrivò in anticipo, ma si presentò dopo. Sorrise, pure, nella speranza di un'ultima briciola e invece, non servì. Durante i festeggiamenti qualcosa di meno festoso s'insinuò nei suoi pensieri: le correvano in mente tutti gli anni trascorsi, le occasioni perdute per un paio di sigarette, il cadavere dei ricordi da seppellire.

Ora che il cadavere è stato seppellito, i ricordi piano piano si collocano nei propri spazi, ogni cosa assume il suo "è" nel tempo e nello spazio, i visi belli restano pochi, gli stessi; ora che è stato buttato un quintale di pesantezza, è tempo di sorridere. Respirare. Ora è tempo di elenchi.

Via alla false recidività, alle scadenze matematiche in questioni irrazionali, al bello al brutto e al cattivo, a mio marito mai voluto, alla caccia alle streghe in cui fu bruciata al rogo sua madre. Ai momenti che non avevo promesso di vivere e che sono arrivati puntuali, alle bandiere bianche sventolate ogni volta, alla ciclicità che verrà in forme nuove, alla resistenza che si rinnova sempre, a tutto quello che gli uomini avranno e che perderanno. Io brindo.